Il progetto «Napoli Explosion» di Mario Amura, in mostra al Real Albergo dei Poveri di Napoli
di Bruno Di Marino
Nel XIX secolo, quando la fotografia era ancora agli albori, per superare il complesso di inferiorità nei confronti degli artisti visivi, molti fotografi si diedero al «pittorialismo», imitando temi e stilemi della pittura. Nei primi anni del XX secolo, quando ormai la fotografia era stata accettata come forma d’arte, non ci fu più bisogno di rinnegare la propria identità. E, tuttavia, con le avanguardie storiche, molti autori sperimentarono con il medium fotografico ottenendo immagini non-realistiche se non decisamente astratte. A questa tradizione si ricollega in qualche modo Mario Amura che, dal 2011, porta avanti il suo progetto Napoli Explosion, in mostra al Real Albergo dei Poveri di Napoli (fino all’8 marzo).
DA QUINDICI ANNI Amura, insieme a un gruppo di amici, documenta il Capodanno napoletano dalla cima del Monte Faito, registrando l’incredibile spettacolo luminoso attraverso il semplice uso dei tempi di esposizione e del movimento della camera: ne sono scaturiti nel corso degli anni migliaia di scatti che, riproposti a grandi dimensioni, affascinano l’osservatore, interdetto di fronte a composizioni fotografiche che sembrano dipinti. Come spiega il curatore, Sylvain Bellenger (ex direttore del Museo di Capodimonte), «queste immagini superano la dimensione descrittiva per assumere forme autono-me, astratte e pittoriche. Ne emerge una riflessione sul rapporto tra luce, tempo e percezione che rimette al centro la fotografia come linguaggio conoscitivo, capace di unire intuizione artistica e analisi scientifica». Le opere – circa una trentina – esposte in un’ala dell’immenso palazzo in via di ristrutturazione (tra i più grandi d’Europa), in pochi casi sono montate su light box, per la maggior parte sono stampate ad alta risoluzione e illuminate in modo impeccabile: del resto, diplomato al Csc, Amura è stato in passato anche direttore della fotografia per autori come Sorrentino e Guadagnino. Il risultato è che la texture di ogni lavoro si impone al pubblico con una densità materica e cromatica senza precedenti. A volte, si riconosce la sagoma del Vesuvio che si erge sul golfo di Napoli e sembra prendere fuoco allo scoccare della mezzanotte; altre, invece, sulla superficie si inscrivono scie luminose, ghirigori, arabeschi, campiture di colore, ecc. dalla cui visione scaturisce – dopo la prima sensazione di stupore – una riflessione sul rapporto tra il realismo e l’astrazione.
COSA SI STA GUARDANDO? Una riproduzione che ha un suo referente nel reale oppure una rappresentazione senza analogon? Qual è la sensazione – anche percettiva – che si prova di fronte a una composizione di questo tipo? Una volta appurato che si tratta di scatti fotografici o, se vogliamo, di opere che inglobano al loro interno la luce (ma che sono frutto anche di movimenti precisi e calcolati del dispositivo) non ci si sente maggiormente rassicurati sulla natura di queste immagini. E perché poi si dovrebbe esserlo, dal momento che oggi il digitale rende lo statuto di qualunque immagine massimamente ambiguo e lo scarto tra il vero e il falso è diventato costitutivo e strutturale, perfino connaturato all’opera stessa? E, infatti, è lo statuto fotografico stesso a basarsi su un’instabilità semiologica di fondo, essendo una mescolanza di indice e di icona, per dirla con Peirce. Ciò che compare, dunque, è una traccia luminosa codificata in illustrazione.
«Sin dal principio ho tentato di raccontare il legame tra napoletani e Vesuvio in contrappasso, immortalando la città che esplode mentre il vulcano tace. Negli anni, ho assecondato una ricerca ossessiva di un’icona del Vesuvio che non fosse stereotipata, già vista, magari una visione che disarcionasse lo sguardo dalle attese. L’immagine della silhouette nera, silenziosa del vulcano sommerso dal baccano di colori dei fuochi d’artificio mi è parsa una rappresentazione che andava ricercata seriamente e per molte strade diverse tra loro ». Queste sono le parole dell’artista, incluse nel secondo volume del catalogo Napoli Explosion, che consta di 190 pagine, 92 illustrazioni a colori e contiene testi di Sylvain Bellenger, Erri De Luca, Serafino Murri e Salvatore Settis.
L’autore precisa subito che queste immagini non sono state sottoposte a un lavoro di post-produzione che ne avrebbe modificato la forma, ma solo a un processo di correzione cromatica che lascia emergere – alchemicamente – colori che sono stati registrati nell’atto creativo e che, nella stampa definitiva, si offrono ai nostri occhi in tutta la loro bellezza e po-tenza espressiva. Analogiche o digitali, reali o astratte, naturali o artificiali, pittoriche o fotografiche che siano, queste immagini partono dalla realtà per trasfigurarla; procedono dal movimento per congelarlo in una veduta o in un dettaglio.
GLI SCATTI che compongono NapEx ci portano istintivamente a fare raffronti con la storia della pittura (Turner, Monet, la Op Art) o della fotografia astratta. Ma sono immagini concrete di fuochi d’artificio, ovvero di un’astrazione che si materializza nella realtà e che il dispositivo digitale lascia raggrumare in una materia instabile, cangiante, volatile.
Le migliaia di esplosioni che, simultaneamente, illuminano e colorano il cielo di Napoli, possono essere lette come la sublimazione estatica prodotta dall’inconscio collettivo per esorcizzare e scongiurare la non impossibile eruzione del Vesuvio. L’esplosione dei fuochi «virtuali» si solidifica non in lava ma in stampe fotografiche, suscitando in chi le guarda una suggestione non minore di quella offerta dal temibile spettacolo della natura.

